Visualizzazione post con etichetta consapevolezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta consapevolezza. Mostra tutti i post

lunedì 17 novembre 2008

L'uomo e il sole - Favola

Nairobi, 17 nov. - (Adnkronos/Dpa) - Nuovo orrore in Burundi dove una bimba albina di sei anni e’ stata trovata decapitata e smembrata nella provincia di Ruyigi. A riferirlo e’ la Bbc, ricordando che si tratta del sesto caso dal mese di settembre e che si ritiene che parti del corpo della piccola vittima siano state consegnate a stregoni della vicina Tanzania, dove solo quest’anno sono stati assassinati oltre 30 albini. Gli stregoni credono che il sangue e alcuni organi degli albini abbiano poteri magici.


L’uomo e il Sole


Un uomo alla fine del suo cammino si trovò al cospetto del Sole, e come un viandante assetato e affamato di risposte, incominciò a dire:

Finalmente faccia a faccia!!!

Nel tono delle sua voce, si distinsero chiaramente una profonda amarezza, e una ancor più grande sfiducia.

Hai da dirmi qualcosa?

E il Sole tacque.

Vedo che non parli, segno che poi non avevi tante cose da dirmi? Eppure fintanto camminavo in terra non sono bastati fogli per appuntare le tue lezioni di vita, che in ogni istante non esitavi a darmi.

Ebbene ora siamo qui faccia a faccia, cosa succede non trovi le parole?

Taci?

Troppo comodo!!! Che fai non mi giudichi?

Inferno o paradiso?O forse sei indeciso e vuoi mandarmi in purgatorio???

Sai come si dice: “Sante anime del purgatorio”, un posticino lì non mi dispiacerebbe, ne tanto lontano dal tuo calore, ma neppure tanto vicino da restarne abbagliato, come diceva uno dei tuoi messi te lo ricordi? Un certo Budda: “la via è nel mezzo”.

Certo che le parole non sono il tuo forte, e a dire il vero mi aspettavo che emanassi più luce e calore. Scusa non sento il coro degli angeli, ma dov’è tutta l’equipe?

L’uomo aveva fatto le domande, e il Sole era lì di fronte a lui senza risposte. La sua luce fredda, incuriosì l’uomo spingendolo a fare qualche passo in avanti, e quando gli fu a pochi centimetri di distanza, allungò la mano con timore per toccarlo e accadde qualcosa di veramente inatteso, il sole cadde in terra, non era altro che un bel dipinto su una grandissima tela.

L’uomo restò senza parole, il Sole, la luce che gli aveva indicata la via era solo un affresco, un disegno, un immagine senza vita, un feticcio, una costruzione, ed ora a chi avrebbe attribuito le colpe della sua infelicità? A chi avrebbe innalzato le sue preghiere? A chi avrebbe rimesso le sue speranze?

La mia infelicità e il mio dolore!!! Ora dove li metto?

Disse gridando di rabbia intrisa a dolore l’uomo accecato.

Tu eri l’anfora dove versare le mie lacrime, tu eri il giusto da cui attendere la vendetta, la mano sacra della legge, tu eri la giusta bilancia. Tu eri l’orizzonte, la perfezione a cui elevarsi, tu eri il redentore, tu eri il protettore. Tu eri il pastore, il grande saggio, tu eri il maestro che insegna a vivere, tu eri dolore che illumina la retta via, ed io l’alunno, ed io la foglia, ed io il bambino.

Ma ora che so! Cosa sono???

Ha già…-disse poi con amarezza- ma con chi parlo se ho appena scoperto che non esisti?

Il Silenzio scese al cessar delle parole dell’uomo, il paravento sul quale era dipinta l’immagine del Sole era in terra vicino ai suoi piedi.

Tu eri il Sole!!!

Disse l’uomo accasciandosi poi in terra senza più forze, col capo chino e il cuore spento, ma la sua mente continuò a cercare una porta verso la vita. L’uomo ha capacità di ripresa inimmaginabili e dopo solo alcuni minuti, riprese nel dire:

Quindi era a me che innalzavo preghiera, ed era sempre a me che rimettevo le speranze, sono sempre stato io il solo e unico artefice della mia esistenza. Ed ho usato l’immagine divina, come bastone, sostegno per avanzare nel mio difficile cammino.

E poi disse inaspettatamente prima e soprattutto per se stesso.

Sono stato un grande, mi ammiro, mi Amo!!!

Ho creato tutto questo solo per poter andare avanti nella vita, per superare quegli ostacoli che ai miei occhi apparivano insormontabili.

E di nuovo disse, stavolta risollevandosi in piedi:

Sono un Grande!

Mentre intesseva le sue lodi ai suoi stessi occhi, l’uomo non si accorse che una luce intesa stava sollevandosi dal dipinto, una luce che attimo dopo attimo cresceva riscaldando ogni anfratto, e quando ebbe completamente illuminato il luogo l’uomo meravigliato disse:

E tu ora chi saresti?

E la luce rispose:

Sono il Sole.

Il Sole???

Disse l’uomo più confuso che mai.

Ma se solo pochi istanti fa, ho compreso che non esistevi che eri il frutto di una creazione umana per permettere all’uomo di avanzare nei tempi incolume dalle sue stesse azioni.

E il Sole disse:

Quando nacque tuo figlio, ti vidi piangere per la gioia, ti vidi festeggiare in ogni angolo di strada, ti ascoltai ridere e cantare, era il giorno più bello della tua vita. Prendesti quella piccola e tenera manina tra le tue, baciandola con il cuore.

Per quel figlio avresti rivoltato il mondo, non gli avresti fatto mancare nulla, avevi progetti grandiosi per lui, gli avresti dato in eredità tutto il tuo patrimonio, dovesti però tristemente convenire di non potergli trasmettere la tua consapevolezza, quella doveva fiorire spontanea dal suo cuore.

E per Amore lasciasti quella piccola mano affinché il tuo prezioso bene potesse imparare a camminare da solo, lo seguisti dietro ogni angolo di strada, ogni sua caduta fu la tua caduta, ed ogni suo successo fu il tuo successo.

Ora figlio mio cammini da solo, la consapevolezza è quella luce che insegna a guardare verso il proprio cuore. Ora fa che io possa di nuovo riprenderti per mano, mi sei mancato.

Il Sole prese per mano suo figlio e gli mostrò il creato dicendo:

E’ tuo.

venerdì 17 ottobre 2008

Un anima in pena - Favola

Un anima in pena

Un anima in pena trascinava la sua pesante catena, nel camminare attraverso gli oscuri sentieri di un luogo che non le concedeva sosta e neppure speranze.

Buongiorno!

Disse una voce squillante e allegra, all’anima in pena, che sorrise mesta a quel saluto.

Dici buongiorno, ma di buono io non scorgo nulla, la luce poi…lasciamo perdere. Non vedi come è intensa e nera la notte? Ma tu piuttosto cosa sei io non distinguo le tue forme.

Mi presento: Io sono un uccello del paradiso.

Piacere, io sono un anima in pena…e trascino con dolore la mia catena.

Tu un anima in pena? Forse volevi dire un anima in piena! Vedi che tu non Vedi?

Si è vero non vedo, però ora togliti dai piedi, perché davvero non vedo dove dirigere il passo, pertanto spostati potrei calpestarti.

Ma scusa non vuoi sapere niente da me, ti appare un uccello del paradiso e tu neppure lo degni di attenzione, ma lo sai che sei proprio un bel tipo?

Non sono un bel tipo sono un anima in pena come devo dirtelo, e pertanto non posso perdere tempo col tuo ciarlare allegro e spensierato, ho un catena da trascinare.

Visto che non mi presti attenzione bloccherò la tua evoluzione!

Figurati!!! Fa quello che vuoi, non mi importa, anzi se proprio vuoi fare qualcosa per me, fa che non sia mai nata.

L’anima in pena era talmente stanca e demoralizzata, che aveva chiesto all’uccello del paradiso di non essere mai nata, e l’uccello l’accontentò:

Ok non sei mai nata, ora come ti senti?

L’anima in pena si guardò attorno e continuò a vedere il buio della notte.

Che scherzi sono questi, non sono nata e sempre nella notte cupa mi trovo? Ma la luce questa benedetta luce dov’è che la tenete nascosta, cosa devo fare per avere un po’ di luce? Nasci e brancoli nel buio, e non nasci e brancoli nello stesso buio! Ma allora? A che gioco giochiamo???

Se tu sapessi anima in pena quanta speranza riponiamo in voi e nelle vostre prodezze, faresti corona delle tue amarezze. La vita è unica, e nel nascere vi viene affidata una missione quella di illuminarvi. Quanto siete preziosi, quanto siete unici e meravigliosi.

Noi unici, preziosi, meravigliosi?

Si è anche di più…cara anima in pena, vorrei tanto poterti alleggerire dalla catena che porti, ma non posso che mostrarti la luce di un domani diverso e il sentiero da percorrere, a quella luce devi arrivarci tu con i tuoi piedi.

Ma perché? Se siamo unici preziosi e meravigliosi, la luce non c’è la date subito?

Perché noi sappiamo chi e cosa siete, e dovrete arrivare a capirlo anche voi, ad amarvi e a considerarvi unici preziosi e meravigliosi, per voi stessi e gli uni per gli altri, solo quel giorno l’essere unico vedrà la luce. La vita è unica.

Prova ad immaginare un uomo, i suoi occhi, i suoi capelli, insomma le sue cellule esteriori, immaginato?

Certo!

Sai bene che un uomo non è solo quello che tangibilmente appare, ma è anche quello che non è visibile, sangue, cuore, fegato, milza?

Certo è chiaro, chiarissimo, chi è che non lo sa!

Ebbene, cara anima in pena, tu altro non sei che una cellula visibile di quell’essere unico, composto dal tangibile e dal non tangibile. Desiderare di morire o di non esistere non è la soluzione, la soluzione è nell’accettare la propria missione di vita, portare l’Essere alla luce della sua comprensione.

Ma se Dio è amore, luce, comprensione e perfezione, e noi siamo un Essere in cammino verso l’Amore pertanto incompleti, i conti non mi tornano, noi cosa siamo?

Voi siete il figlio.

L’anima in pena si accese a quella rivelazione dicendo:

Ora capisco! Riportami a casa, ho due o tre cose da dire…

domenica 10 agosto 2008

Ad un Soffio dal Cuore


Ad un Soffio dal Cuore

Il giardino era lì ad un soffio dal cuore…

E’ a un soffio, è a un soffio.

Sussurravano gli angeli dal cielo.

E’ a un soffio!

Confermarono le stelle.

E’ a un soffio!

Dissero le nuvole.

Ma chi doveva accogliere il soffio, sembrava non poter ascoltare le conferme che il vivere le dava in ogni sua manifestazione, distratta com’era dall’insensato vociare di un gruppetto d’oche a lei vicine.

Guardatela quante arie si da, piccola scendi dalle nuvole, vieni a vivere in terra.

Gridavano le oche.

Chi credi d’essere, noi siamo “oche” ma tu sei una “gallina”, e non sei migliore di noi.

Ti tocca razzolare con noi in questo letamaio, vieni unisciti a noi che aspetti.

La pennuta sentiva le loro voci giungere dal pollaio, ma sentiva anche altre “voci”.

Le parole: “Sei a un soffio” si alternavano a “Sei una gallina”.

Confusa come non lo era mai stata, prese ad allontanarsi dal pollaio, e a dirigersi verso le sconfinate praterie al di fuori del recinto, e quando fu lontana dalle parole del mondo, ascoltò quelle del cielo.

Sei a un soffio!

Ripetè la voce di un fiorellino tutto il creato aveva una sola voce e un solo messaggio.

E la pennuta si sedette stanca in attesa che il soffio la raggiungesse.

Che aspetti colma la distanza!

Aggiunse il fiore.

Ancora???

Rispose ormai priva di forze la pennuta.

Ancora cammino? Io sono stanca!!!

Stanca?

Rispose sorpreso il fiore.

Non puoi essere stanca ora inizia il vero cammino!

Il vero cammino? Ma io vorrei fermare il passo, vorrei godere del giardino, posso fermarmi lì?

Canterò come promisi…

Ma il tuo cammino non si limiterà a ciò, tu dovrai fare altro.

Altro? E cosa…???

Disse con estrema preoccupazione la pennuta.

Chi giunge, ha tra le mani una chiave per aprire una porta.

Una porta? Una chiave? Che dici io non vedo porte e non possiedo chiavi.

Disse con fermezza la pennuta.

E il fiorellino giulivo aggiunse:

Cara è una porta invisibile, e pertanto ci vuole una chiave che sia altrettanto invisibile.

Ma scusa se la porta è invisibile e pure la chiave, dimmi tu come faccio io ad aprire questa “benedetta” porta.

Il fiore prese a ridere a crepapelle e poi rispose:

Tu sei la chiave e la porta è la tua vita.

La pennuta carezzò il fiorellino dicendo:

Grazie le tue parole mi incoronano, ma è giunto il tempo che io faccia ritorno nel pollaio tra le mie sorelle, è quella la mia realtà, e nel dirlo fece per voltarsi indietro. Ma la strada ora era diversa, e all’orizzonte non c’era più il pollaio ma un meraviglioso castello illuminato a festa. La pennuta era confusa, e ritornò a guardare fiorellino, ma anche lui non c’era più e al suo posto c’era un imponente albero.

Fiorellino dove sei finito?

Sono qui!

Rispose l’Albero.

Sei ad un soffio, colma la distanza e apri la porta.

La pennuta raggiunse il castello in pochi momenti quasi volando e quando ne varcò la soglia la musica ebbe inizio, una musica che l’accompagnò per tutta la vita.

Gallina, oca, aquila, passerotto, ogni uomo è un pennuto, segui il cammino del tuo cuore e conserva quelle ali, un giorno sarà con quelle ali che volerà il tuo angelo.

venerdì 8 agosto 2008

TROPPA ILLUMINAZIONE SPEGNE LA VITA


TROPPA ILLUMINAZIONE SPEGNE LA VITA


“Sciocca pecora, non comprendi che se oggi sei viva è perché devi compiere una missione?

Nessuno è nel vivere per niente, così pensando sminuisci grandemente il disegno divino,
proprio tu che da sempre inneggi alla gloria di Dio?

Torna sui tuoi passi, scendi a valle e vivi la vita che hai avuto in dono,
oggi sei pecora, domani sarai aquila, ma solo se avrai camminato, e ripeto camminato non volato.”


Buddino! Buddino!

Urlava Odetta salendo la ripida montagna, sul cui picco Buddino si era isolato ormai da alcuni mesi per meditare.

Ti prego scendi nostro padre sta per esalare l’ultimo respiro e prima di morire vuole vederti.

Odetta lo sai che non vi è altro luogo per me che il picco di questa montagna, solo così mi sento vicino al cielo. Il mio dovere è questo restar qui a rimirare le bellezze del creato, vivendo nel più completo distacco dalle terrene distrazioni, colpevoli di confondere le anime alte.

Ma Buddino forse non hai sentito, cosa ho detto?

Disse tra le lacrime Odetta .

Nostro padre sta per morire ti prego muovi a compassione il tuo alto cuore.

Pregherò per la sua anima e la mia preghiera dall’alto di questo monte giungerà sino al cuore del grande signore dei cieli.

Buddino quanta stima avevo prima di te e quanto misero ora appari al mio vedere.

Resta, ottuso di un uomo a meditare su cose che non ti appartengono e nel frattempo ciò che invece ti appartiene davvero, rischia di andare via per sempre.

Tu altro non sei che un uomo e come tale hai il dovere di vivere la vita. Invece divorato dalla tua arroganza, ti sei ritagliato un abito che non ti appartiene, ed hai scelto il distacco dal vivere.

E’ molto più facile creder d’esser un illuminato, vivendo di pensieri elevati senza responsabilità, che aprire gli occhi sul vivere quotidiano e combattere le mille insidie che la vita vera ti propina. Oggi ho compreso uno dei dogmi del vivere:

Troppa illuminazione spegne la vita.

Sei trai miseri il più misero, fratello mio, dirò a nostro padre che sei morto, il dolore che ne deriverà sarà di certo minore, a che dovesse anche lontanamente intuire la verità.

Da oggi sei morto anche per me, del resto la mia è solo un presa di coscienza di una già accertata verità, per il vivere eri già morto da tempo.

Odetta scese, piena di rabbia dalla montagna. Delusa e stanca si avviò verso la capanna con la morte nel cuore. Quel giorno stava per perdere il suo amato padre, ed aveva appena visto morire il suo unico fratello.

Il silenzio che regnava nella capanna era irreale, la vita non era più lì ed Odetta lo sentì subito. Suo padre era ormai partito per il lungo viaggio senza ritorno, e la giovane pianse lacrime di profonda disperazione. Il distacco che aveva catturato il cuore di Buddino non le apparteneva, lei sentiva tutte le sfumature della vita, trafiggerle o carezzarle il cuore, perché Odetta era pienamente immersa nella sua esistenza.

Sul monte Buddino pregava il suo cielo di accogliere l’anima del padre e di perdonare l’ignoranza della sua piccola sorella, che a suo parere non era mai stata spiritualmente virtuosa, ma una semplice femmina priva di mire superiori, una stella cieca e senza alcuna luce.

Mentre era intento nel meditare, sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla, e una voce calda e conosciuta dirgli:

Buddino, figlio mio, credi che pioverà quest’oggi?

Buddino si girò di scatto e vide il padre appoggiato al bastone, proprio dietro le sue spalle, e sorpreso disse:

Padre, ma Odetta mi aveva detto che eri sul punto di morire, come fai allora ad essere qui, come ti sei arrampicato malato come sei?

Si sono stato male, poi improvvisamente mi sono sentito meglio, volevo salutarti figlio mio sono mesi che non ti vedo, sentivo la tua mancanza.

Buddino davvero non riusciva a credere a ciò che vedeva, suo padre sembrava essere ringiovanito, la sua pelle emanava un chiarore quasi aureo, come se nel suo cuore si fosse accesa una grossa lampada.

Padre sai quanto è importante per me essere vicino a Dio, scusa se non sono subito corso da te, ma io ho un dovere superiore la meditazione mi avvicina al vivere supremo, io sono schivo ad ogni falsa credulità umana, io sono nella pace, e non sento più il vivere umano come appartenenza.

Il padre gli sorrise dolcemente carezzandogli il capo pelato.

Figlio mio, quanta strada ancora dovrai fare per comprendere davvero il vivere, ma la tua pazienza un giorno ti renderà la gloria che cerchi. Ora prima di andar via voglio raccontarti un storiella:

Una piccola pecora piena di vita, si allontanava sempre dal suo gregge, voleva distinguersi da quel belare cencioso che accomunava ogni elemento del suo gruppo, e tutti i giorni saliva sul picco di un colle a guardare le aquile che volavano alte e leggiadre.

Oh quante volte aveva desiderato esser una di loro e non una semplice pecora.

Un giorno come tanti, la pecora salì sul colle ad osservar le sue aquile, mentre un terribile tifone si abbatté sul gregge che era rimasto nella vallata, sterminandolo completamente.

Quanto la piccola pecora tornò indietro, vide ciò che la natura aveva fatto, sterminando tutte le sue sorelle, disperata prese a buttarsi con la testa in una roccia, voleva anch’essa morire.

Aveva compreso in quel momento tanto grave, che la sua vera vita non era su quel colle a rimirar le aquile lontane, così come aveva sempre creduto, ma nel camminare con le sue sorelle, ed ora che non c’erano più, vivere non aveva più alcun senso.

Risalì sul colle stavolta disperata e confusa, e vide all’orizzonte altre aquile volare leggiadre, ed una di esse planò in terra rivolgendole la parola:

Piccola Pecora ti osservo da tanto, cosa fai col capo sempre rivolto in aria, tu non possiedi ali ma hai forti e robuste zampe percorri la tua terra, le cose del cielo appartengono al vivere delle aquile.

Portami con te, non c’è più niente che mi leghi alla terra.

Sciocca pecora, non comprendi che se oggi sei viva è perché devi compiere una missione. Nessuno è nel vivere per niente, così pensando sminuisci grandemente il disegno divino, proprio tu che da sempre inneggi alla gloria di Dio?

Torna sui tuoi passi, scendi a valle e vivi la vita che hai avuto in dono, oggi sei pecora, domani sarai aquila ma solo se avrai camminato, e ripeto camminato non volato.

Bella storia padre.

Disse Buddino:

Non sapevo di questa tua dote, le tue parole hanno aperto il mio cuore a una nuova consapevolezza.

Visto che hai compreso, scendi da questo monte figlio mio, hai rubato già troppo tempo al vivere, va è dona al mondo la tua comprensione e la tua fede, e quando tornerai nella nostra capanna non cercare tuo padre in quel letto di morte, in quel momento e solo in quel momento, alza gli occhi al cielo e vedrai una nuova aquila volteggiare nel cielo.

Buddino scese al villaggio, conservando nel cuore la luce di suo padre, corse ad abbracciare sua sorella Odetta e con il suo aiuto imparò a vivere intensamente la sua vita.

giovedì 7 agosto 2008

Lo specchio degli angeli


LO SPECCHIO DEGLI ANGELI

Si riconosceranno angeli, tutti gli uomini che avranno cercato nel vivere le loro ali. Camminano vicini gli angeli di Dio, nei loro sorrisi e tra le loro mani i fiori germogliati nella comprensione.

Un angelo sa aspettare, ma sa anche piangere;
Un angelo sa morire, ma sa anche risorgere;
Un angelo sa mentire, quando nel suo dire riconosce il tuo dolore;
Un angelo sa sorridere nell’offrirti il suo unico cuore;
Un angelo sa giocare nel farti scoprire il suo paradiso;
Un angelo sa amare, e nel fuoco di uno sguardo riscaldare il tuo freddo;
Un angelo sa piangere, e l’eco del suo dolore lo sussurrerà il vivere;
Un angelo sa negarsi, quando nella privazione vedrà la tua salvezza;
Un angelo sa essere dolce nel pretendere dolcezza;
Un angelo sa essere giusto, e nella sua giustizia inciamparci;
Un angelo sa sfiorare le giuste note del tuo cuore;
Un angelo sa guardare, nel cogliere i colori che ancora non scorgi;
Un angelo sa ascoltare le parole che ancora non hai proferito;
Un angelo sa assomigliarti;
Un angelo ti accarezza il volto per medicarti l’animo;

Ogni angelo ha grandi ali, che schiuderà al cielo non prima d’aver compiuto il suo sacro vivere. Ogni angelo vede nella vita umana, la veloce corsa di una cometa, la cui lunga scia di luce, perdurerà oltre il tempo. Nel rinnovarsi di generazione in generazione, accrescendo ed illuminando la consapevolezza dell’uomo del domani, sino a condurlo fiero, al tempo dei sorrisi, dove ogni cosa tornerà a risplendere. Ogni uomo è un angelo scalzo,che implorerà al cielo i suoi calzari, ed in cambio riavrà le sue ali.

Un pesce fuor d’acqua



Un pesce fuor d’acqua

tratto dal libro “La Piccola Voce”

Sal era un pesciolino alquanto anomalo, amava nuotare a pelo d’acqua, a differenza di tutti gli altri pesci della sua comunità che nuotavano ad una certa profondità. Gli abissi del mare per Sal però erano troppo bui, ed egli aveva sempre cercato di raggiungere quella luce chiara che fievolmente filtrava attraverso la superficie dell’acqua. A causa di questo suo modo d’essere, il pesciolino era da tutti considerato un diverso e per questo isolato. Talvolta Sal correva tra le lacrime dalla sua mamma, che lo amava più di ogni altra cosa, e che era solita dirgli:

· Tesoro, la diversità non è un difetto ma è il secondo nome della normalità, quello che siamo soliti non usare. La regola che governa il nostro mondo si basa sul principio della promiscuità o diversità. Non esiste in natura nessuna cosa identica all’altra, anche ciò che appare un gruppo omogeneo è a sua volta composto da individui diversi gli uni dagli altri.
Prendi per esempio quel gruppetto di alghe e osservale, vedrai che seppur ti appaiono tutte identiche, prese singolarmente sono una diversa dall’altra.
Tutto in natura segue la stessa legge, pertanto che tu sia diverso non mi fa meraviglia perché siamo tutti diversi. Ma talvolta preferiamo guardare la diversità negli occhi degli altri piuttosto che riconoscerla in noi stessi, e questo solo per paura.
E’ molto più facile sentirsi parte integrante di un gruppo, perché in questo modo ci sentiamo meno fragili, e le nostre paure più profonde trovano in questa illusione un’oasi di pace.
Pertanto non te la prendere più di tanto figlio mio, coloro che ti giudicano oggi non hanno ancora osservato bene se stessi, e sono molto indietro rispetto a te sulla scala dell’evoluzione personale. Quando un dì riusciranno ad osservarsi con lo stesso senso critico che oggi usano per giudicare te, capiranno di non essere infine tanto diversi da chi giudicavano.

Nonostante le sagge parole della mamma il povero Sal si sentiva sempre più triste, forse se fosse stato un’alga invece che un pesce avrebbe sofferto molto meno di come invece soffriva.

Nel suo cuore c’era una fiammella eternamente accesa, ed era quella luce che lo spingeva ad uscire da quel buio degli abissi in cui viveva, ma nessuno lo avrebbe mai potuto capire.

Un giorno particolarmente buio il giovane pesce salutò idealmente il suo mondo, al quale ormai non si sentiva più legato, e incominciò a nuotare verso quella luce che filtrava sopra il mare. Giunto a pelo d’acqua si fermò per un attimo e gli ritornarono alla mente le parole degli anziani :

Salomone ascolta, solo pochi sprovveduti hanno superato il confine tra il mondo inferiore e il mondo superiore, e chi lo ha fatto non è più tornato a raccontarlo.

Ma Sal era disperato e senza pensarci su due volte saltò fuori dall’acqua, trovandosi a volare leggero nell’aria limpida e luminosa del giorno. Pochi istanti di quella visione di luce e cielo gli diedero un’energia mai provata prima, si sentì immerso completamente nell’amore. Nel ricadere in mare con gli occhi colmi di lacrime di gioia, Sal decise di raccontare agli anziani cosa aveva visto, e con entusiasmo descrisse tutte le bellezze che aveva potuto osservare, raccontò che al di sopra del mare c’era un altro mondo pieno di luce e aria respirabile, e che bastava solo crederci per rompere il sottile velo che divideva i due mondi. Gli anziani lo ascoltarono e poi decretarono che il giovane pesce era impazzito completamente, nessuno era mai tornato da lì per poterlo raccontare e poi dissero, ma giusto per accontentarlo:

Portaci un segno e ti crederemo.

Sal si sentì ancora più solo, in effetti si era sempre sentito come un pesce fuor d’acqua anche nel suo mondo, e ora che lo era davvero nessuno gli credeva. Risalì di nuovo sopra il livello del mare: voleva portare agli abitanti degli abissi un segno tangibile della sua scoperta. Emerse con la testa dal mare e rivide quel meraviglioso panorama, un cielo immenso e luminoso tagliato di tanto in tanto dal volo di coloratissimi uccelli, e un sole splendente; la bellezza di quel luogo lo incantava ma non vi era nulla che potesse portare via, ciò che aveva trovato lì era l’armonia dell’anima. Mentre era preso e compreso dai suoi pensieri un uccello dalle larghe ali gli venne incontro chiedendogli perché fosse tanto triste, e il giovane pesce gli raccontò il suo dilemma. L’uccello sorrise dicendogli:

Se ho ben capito devi portare lì giù da Voi un segno dell’esistenza di questo mondo, altrimenti non ti crederanno mai. Ebbene non è poi tanto difficile: ci penserò io.

Il variopinto uccello si allontanò qualche minuto e poi tornò portando nel becco un ramoscello che consegnò a Sal dicendo:

Questo frutto cresce solo in questo luogo, nessuno potrà mai obiettarti la sua origine, perché loro sanno che il ramo che porti nasce da un grande albero.

Sal sorrise felice e chiese all’uccello di che frutto si trattasse e l’uccello:

Il ramoscello che ti ho dato è di un albero di ulivo simbolo di pace, e di questa pace tu sarai messo. Va’ dagli anziani, loro sapranno riconoscerne il valore.

Il giovane pesce scese negli abissi portando con sé il ramoscello d’ulivo e lo consegnò agli anziani i quali, così come aveva detto l’uccello, non poterono più dubitare della sua buona fede. Sal non si sentì mai più come un pesce fuor d’acqua, e neanche la sua comunità lo considerò più tale e da quel giorno nessuno più usò la parola “diverso”, che venne abbandonata in luogo del suo secondo nome “normale”.